Verdetto molto ampio: l'86 % ritiene che il lavoro da remoto debba essere un diritto, contro il 14 % di contrari e nessun indeciso.
Le donne sono quasi unanimi. Anche gli uomini sostengono la misura, ma forniscono gran parte dell'opposizione: l'unico scarto di genere del round, e riguarda l'ampiezza, non la direzione.
Per età, l'accordo è totale tra i 13-17enni, i 45-54enni, i 55-64enni e gli over 65. Solo i 18-24enni lasciano emergere una minoranza contraria. Dato notevole: le fasce più lontane dal mercato del lavoro, a entrambi gli estremi, sono le più favorevoli.
Il dibattito sostiene il voto con argomenti concreti: più libertà di organizzazione, meno tempo nei trasporti, un migliore equilibrio tra vita professionale e personale. La voce meglio accolta del thread elenca anche i contro: meno contatto con i colleghi e mestieri semplicemente non svolgibili da remoto.
È proprio questo limite a strutturare lo scambio. L'obiezione, formulata in inglese, sta in una riga: dipende, i lavori non sono tutti uguali. Un'altra voce dello schieramento maggioritario la fa propria: sì, certi ruoli lo rendono impossibile.
La replica non nega l'obiezione, ne riduce la portata: la stragrande maggioranza dei lavori d'ufficio può essere svolta a distanza, e spetta poi a ciascuna azienda definire il numero di giorni adeguato. Il thread converge così verso un diritto a geometria variabile più che verso una regola uniforme.